Apr 22
Lunedì
La metamorfosi dei partiti Stampa E-mail
Scritto da Gian Battista Cassulo   
“Raccogliamo in questa sezione del sito una
breve storia in forma cronologica
dei Partiti politici italiani che si sono formati nel corso del Novecento,
per meglio intendere le nuove aggregazione che
agli albori del nuovo  millennio si sono affacciate sul proscenio
della politica italiana.
A titolo di introduzione a questa sezione
ecco una riflessione sulla metamorfosi dei partiti
 avvenuta tra il 1992 e il 1994”.


Così come l’Ottocento sul piano politico e sociale si chiude con la novità della nascita dei grandi partiti di massa, anche il Novecento termina con un radicale mutamento.
Tra il 1989 e l’inizio di questo nuovo millennio la nostra società assiste infatti ad una caduta verticale delle identità collettive che vengono rapidamente sostituite, sotto il profilo economico, da interessi particolaristici e, sotto quello psicologico, da sollecitazioni emotive.
I partiti storici, che per quasi un secolo - se si esclude l’intervallo del “ventennio” fascista  - hanno dominato la scena politica del Paese, a far data dalla caduta del “Muro di Berlino”, entrano in una crisi profonda ed il patto ideologico che reciprocamente sosteneva, in una sorta di bipartitismo imperfetto, la D.C. e il P.C.I. diventa all’improvviso un inutile sostegno alla nuova impalcatura internazionale.
Con la fragorosa quanto stupefacente caduta della “cortina di ferro” - la linea di demarcazione tra l’Occidente ed i paesi del socialismo reale, in tal modo definita nel 1946 da W. Churchill - coraggiosamente minata dalla politica di trasparenza, la “Glasnost”, avviata sin dal 1986 da Michail S. Gorbacev, anche in Italia cessa la contrapposizione dottrinale Est/Ovest che aveva costantemente impedito - sin dalle prime elezioni politiche a suffragio universale del 18 aprile 1948 - l’avvio di un effettivo sistema democratico basato sull’alternanza.
Cambiano gli azionisti di riferimento ai quali le vecchie oligarchie partitocratiche erano abituate a rispondere e - se ancora gli U.S.A. tendono ad esercitare, attraverso la NATO, pressioni egemoniche sul nostro Paese - con la nascita della Nuova Europa (accordo di Maastricht, 7 febbraio 1992) basata su un’unica moneta ed una comune politica in materia di relazioni internazionali, di giustizia e di difesa, la strada per la riaffermazione della nostra legittima sovranità, dopo questo lunghissimo dopoguerra, sembra ormai spianata anche se, forse, permangono tuttora fondati appetiti extra-nazionali tesi al dominio sulle regioni del Sud, strategiche per il controllo del Mediterraneo.
Oggi quindi con il rimarginarsi della grande frattura operata dalla Conferenza di Jalta del 1945 - che aveva diviso il mondo tra Oriente e Occidente, in due sfere di influenza governate dall’equilibrio del terrore - si aprono nuovi scenari nei confronti dei quali il nostro sistema politico sta cercando di adeguarsi, tentando principalmente di avviare un radicale rinnovamento nel suo assetto rappresentativo.

Dai “partiti – chiesa” ai “partiti personali”


I grandi partitichiesa di casa nostra, che su quella frattura geo-politica sopra menzionata avevano impiantato la loro ragione di essere, all’improvviso si ritrovano, nel nuovo ordine sovranazionale, senza quel collante per mezzo del quale erano riusciti, per lungo tempo, a tenere assieme la variegata società italiana, per molti versi ancora legata ad uno storico localismo, vivo soprattutto nei municipalismi di più antica cultura e tradizione.
Adesso nel rapporto partito/elettorato si sostituisce all’ormai superato concetto dell’appartenenza un legame di tipo individualistico verso il quale le macchine organizzative dei vecchi partiti si dimostrano ansimanti come il motore di un’auto d’epoca.
Ovvero ai cambiamenti radicali in atto, a differenza di quanto ad esempio è già accaduto in Germania - ove negli anni Novanta i maggiori partiti hanno adottato, attraverso le risorse provenienti da un oculato uso del finanziamento pubblico, consistenti misure per stimolare la “partecipazione dal basso” - la partitocrazia di casa nostra sta ancora reagendo in termini conservatori, continuando ad occupare dall’alto lo Stato ignorando per contro le istanze provenienti dalla società civile.
Questa perdurante forma mentis, insita nella maggioranza dei leaders che oggi affollano l’arena parlamentare, sta praticamente tramutando la gestione del potere dall’esercizio di un diritto politico in un atto di imperio.
Ciò ha alimentato ed alimenta nell’opinione pubblica un diffuso sentimento anti-partito che sta minando le strutture di base dei partiti stessi, i quali ormai da tempo vedono le loro “sezioni” desolatamente sempre più deserte.
Non a caso è storia relativamente recente l’avere assistito contro di essi, con lo scoppio di Tangentopoli  (17 febbraio 1992, arresto di Mario Chiesa successivamente assolto il 1 marzo 2000), ad una vera e propria levata di scudi che, per un verso, si è risolta in una aperta contestazione con la nascita di movimenti anti-sistema, e per l’altro, in una protesta silenziosa, testimoniata dalla crescita esponenziale del fenomeno dell’astensionismo.
Infatti, così come al mare non può essere imposto di fermare le sue onde, anche alla partecipazione politica - intesa come il desiderio di un individuo di fare parte di un tutto - non è possibile riservare a lungo un ruolo di semplice spessore numerico, buono solo a legittimare la leadership di questo o quel boss del momento.
Ecco in tal modo nascere, mai tanto rigogliosi come in quest’ultimo scorcio di storia, i “nuovi movimenti” che trovano in un altro tipo di partecipazione, quella sociale, che in primo luogo fa capo al già molto diffuso volontariato (nei ultimi tempi, però in crisi), una formidabile leva di azione.
Questi movimenti - originariamente nati come organismi precari coagulati attorno a singole tematiche, quali ad esempio quelle ambientali o quelle legate alla tutela dei diritti civili e che, per questa loro “particolarità”, da molti sono visti come la negazione della politica, intesa invece come “generalità” degli interessi - con il passare del tempo si sono consolidati sul territorio e al loro interno, soprattutto in questi ultimi anni, si è formata una nuova classe militante che tende più a premere sulle élites dominanti, per favorire questa o quella politica, che non a farsi “classe dirigente” vera e propria.
E cioè - nel dare per scontata l’ipotesi per la quale l’accesso (a qualsiasi livello) alla cosiddetta “stanza dei bottoni” è legato ad una sudditanza verso la invasiva presenza dei cosiddetti “poteri forti” - oggi sempre più sembra farsi strada l’idea che la vera libertà di comando risieda, più che nell’occupare un “seggio”, nella reale possibilità di condizionare le scelte.
Un risultato lusinghiero questo per la democrazia perché, a mio modesto modo di vedere, a duecento anni dalla Rivoluzione Francese, il concetto di sovranità popolare inizia a prendere ancor più forma e consistenza.
Di fronte ad un elettorato ora più che mai critico, definito dai politologi “instabile e non identificato”, che esprime il voto sempre meno in omaggio ad una ideologia - il voto di appartenenza - ma sempre più premiando le politiche sui fatti - il voto di opinione - anche se in certe sacche del Paese permane ancora, verso il potere, un rapporto di deferenza e di clientela - il voto di scambio in auge, a livello sistemico, soprattutto negli anni ottanta - come reagisce la classe politica dominante?
Sostanzialmente in tre modi di cui uno è quello che già abbiamo visto, ossia l’occupazione partitocratica dello Stato, mentre gli altri due rispettivamente sono: il restringersi attorno alle vecchie bandiere o l’abbracciare le nuove tecniche di comunicazione.
Oggi le nuove forme di rappresentanza, che - sotto i più diversi e più o meno estrosi ridisegnati simboli - hanno raccolto l’eredità del sistema politico appena pensionato, sembrano nella quasi generalità avviarsi a scegliere quest’ultimo metodo per “accalappiare” i consensi.
Un metodo però che chiaramente comporta uno stravolgimento dei partiti, almeno così come sino ad oggi li abbiamo conosciuti
Con tale scelta infatti la figura del militante sarà sempre più professionalizzata, l’organizzazione più accentrata e l’immagine del leader sempre più personalizzata sui canoni dell’affidabilità, della competenza e dell’appeal.

Il “partito – azienda” o “partito – personale”


Possiamo quindi dire che - con la crisi dell’intermediazione partitica, che negli U.S.A. a suo tempo è stata risolta con l’introduzione (dopo il 1824) delle “primarie” e nell’Italia contemporanea è stata affrontata con la “stagione referendaria” degli anni novanta - il novecento si chiude con la nascita di una inusuale quanto inedita forma di rappresentanza: quella del partito-azienda che nel 1994, con una incredibile performance elettorale, riesce a mettere il suo “fiocco azzurro” sul portone di Palazzo Chigi.
Questo fatto innovativo, se da un lato può essere considerato un positivo scrollone al nostro asfittico sistema partitico per spronarlo sulla decisiva via dell’adeguamento alle nuove condizioni storiche maturate, dall’altra potrebbe rivelarsi deleterio al processo di democratizzazione in atto perché potrebbe favorire l’ascesa del “capo carismatico”, ed in tal senso i segnali in questi ultimi tempi certo non mancano.
Un avvento questo del “capo carismatico” tanto più concreto quanto più le richieste di modifica alla “forma di governo” sono sostenute da un partito come Forza Italia che si impernia sulla cultura della gerarchia aziendale, sulla professionalità e sulla presenza di un capo ricco di risorse.
Infatti, al tentativo craxiano degli anni ottanta - che comunque aveva ancora nei partiti il suo punto di riferimento - a quello di Mario Segni degli anni novanta - che invece traeva forza dai referendum - si sono aggiunte, sul modello dei nuovi sindaci - che hanno instaurato un rapporto diretto candidato/cittadini - le sempre più insistenti pressioni per introdurre nel nostro ordinamento l’elezione diretta del capo dell’esecutivo.
Riuscirà la militanza di base, ormai sempre più relegata nei “nuovi movimenti sociali”, ad impedire lo svolgersi di quest’ultimo atto che vede, dalla metamorfosi dei partiti sempre più prigionieri dei “poteri forti”, il sorgere della figura del “capo carismatico”?
Abbiamo qui descritto l’esistente, ma le cose sono in rapidissima evoluzione ed è difficile fare pronostici.
Questa comunque sarà la sfida che - nel segno di un auspicabile ritrovato senso della rappresentanza individuale legata al concetto di “cittadino” e nel quadro di una nuova cultura politica imperniata sugli incipienti valori post-materialistici che si stanno affermando - presto si consumerà in questo inizio di millennio, ed i colpi quanto prima si faranno sentire: Seattle non ne è stata che l’anticipazione!