Ago 11
Martedì
Il “senso della comunità” è la nuova frontiera da raggiungere Stampa E-mail
Scritto da Gian Battista Cassulo   
Indubbiamente per l’Europa, e per il mondo, uno degli avvenimenti più significativi che hanno caratterizzato l’inizio del nuovo millennio è stato l’avvio dell’Euro (1° gennaio 2002), la nuova moneta, entrata in vigore il 1° gennaio 2002.

Pur nella consapevolezza di quanto è stato incisivo nella vita quotidiana di ciascuno di noi e per l’economia generale questo innovativo regime economico che indubbiamente ha cambiato modelli di riferimento ai quali molte categorie produttive si rifacevano, riparandosi all’ombra di consolidati protezionismi politico/istituzionali – ritengo, non so se a torto o a ragione, che la vera sfida per dare un’identità comune all’Europa nel prossimo futuro la partita dovrà giocarsi, più che sul tavolo economico,  su quello culturale, stimolando nella gente il “senso della comunità” per la nuova entità politica che si intende costruire.

Un terreno culturale sul quale coltivare la crescita di una nuova cittadinanza non tanto legata alle sorti di questo o quello stato, quanto connessa all’intima consapevolezza del valore universale dei doveri e dei diritti attraverso i quali l’individuo diventa a tutti gli effetti persona attiva nella realizzazione di progetti collettivi e nel perseguimento di pubbliche aspettative.
Una “cittadinanza” in senso lato quindi, tramite la quale ognuno di noi, al di là delle singole appartenenze, provenienze ed origini, potrà sentirsi in ogni luogo cittadino europeo a tutti gli effetti.

Questa, a mio modo di vedere, sarà la nuova frontiera che dovremo superare nel prossimo futuro.

Una frontiera ben più difficile da raggiungere che non quella appena abbattuta dall’accordo monetario (Maastricht) – relativa al ridimensionamento delle singole sovranità nazionali – perché non demarcata dalla necessità di ricomporre interessi diversi e pertanto rincorribile con formule matematiche e politiche concertative, ma più evanescente, più difficile da materializzare e quindi da conquistare giorno per giorno “lavorando” sui sentimenti sulle vecchie apparteneze dei singoli.

Una strada ardua ma non scoscesa, Già oggi infatti assistiamo ad un grande rigoglio proveniente dal basso: è il mondo del volontariato, dell’associazionismo, dei movimenti.

Un grande patrimonio questo che negli ultimi tempi ha supplito alla crisi dei partiti ed in numerose occasioni ha saputo dimostrare il suo valore e l’indispensabilità della sua presenza.

Penso alle lotte per la difesa dell’ambiente o a quelle per la tutela delle minoranze, al grande impegno del mondo cattolico, ma non basta.

Deve quindi essere la gente nella sua totalità a muoversi e, i singoli stati dovrebbero svecchiare con una nuova legislazione le loro Istituzioni rendendole, per favorire questa tensione emotiva, il più possibile aperte e trasparenti, come del resto ha tentato di fare il nostro Paese agli inizi degli anni Novanta varando una normativa per adattare la  macchina burocratica statale, a partire dalle autonomie locali, alla nuova realtà sovradimensionale.

La gente però, dopo le speranze di rinnovamento suscitate negli anni che hanno chiuso il Novecento, mi sembra che oggi quasi sentendosi tradita nelle sue aspettative per un vero rinnovamento politico,  tenda oggi a rifugiarsi, disillusa, in un crescente disimpegno, dal quale sembra solo salvarsi la Lega, la quale invece vede aumentare la sua militanza di base.

Questa mia sensazione trova conferma nei numeri: infatti se alle elezioni politiche del 1992, del 1994 e del 1996 è stata registrata nei seggi elettorali una presenza sempre superiore alla soglia dell 80%, ora essa si è pericolosamente ridotta e l’astensionismo è diventato di gran lunga il “partito” che ha il maggior seguito.

Questo allontanamento, a mio giudizio, non è imputabile - come molti autorevoli studiosi sostengono e come ebbe a dire anche l’ex Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi in un suo discorso al Paese - al fatto di un “eccessivo ricorso alle urne”, bensì alla “manipolazione” dei risultati elettorali operata dalla degenerazione di un sistema politico che ha alimentato disinteresse e disaffezione.
Inoltre, se i partiti continueranno a mettere nella loro agenda, come sembra, primariamente il “mercato e le sue regole” la gente sarà spinta ancor più verso un individualismo già oggi molto diffuso e la frontiera che prima dicevo sarà ben lungi dall’essere raggiunta e con essa anche l’idea di una più avanzata coesione sociale (indispensabile alla civile convivenza, attualmente più che mai pressante sull’onda di un’epocale trasmigrazione di massa) sarà destinata a tramontare.

Desidero però essere ottimista e spero che a lungo andare l’Euro, quale primo ed importante tassello alla nascita dell’Europa, sia il presupposto tecnico alla formazione di una rivoluzionaria dimensione geo-politica finalizzata non tanto a contrastare questo o quel mercato, quanto ad equilibrare ed emancipare la Società nel suo complesso e forse l’attuale crisi economica che non sta risparmiando nessuno, potrebbe rappresentare la chiave di volta per chiudere un’epoca.

Per essere certi di aprirsi ad un nuovo mondo occorre però, che, da un lato, nasca una classe dirigente che sappia stimolare nella gente il “senso della comunità” e, dall’altro, che germogli nei singoli l’orgoglio di sentirsi attori di una nuova stagione politica.

Una nuova stagione che per forza di cose dovrà radicarsi, nel comune pensare, in nuovi modelli culturali al cui centro, personalmente, porrei il “concetto della partecipazione”.

Partecipazione intesa come strumento per incidere e condizionare i “processi decisionali” nei quali a tuttora gli interessi dei “pochi” e dei “gruppi organizzati” l’hanno fatta da padroni.